LA FORMA DELL'ACQUA (2018)
Immagina di essere senza voce, muto/a, di non poter comunicare la rabbia, tristezza, paura se non esprimendoti tramite gesti delle mani ed espressioni del viso. Come ti sentiresti? Incompleta. Almeno così si sente la protagonista di questa storia. Tutto iniziò negli anni ’60, a Baltimora, una piccola cittadina degli Stati Uniti. Qui, dove il passato vecchio e invadente si sporca di grigio scontrandosi col turchese futuro targato “Cadillac”, il presente fatto di paure e incertezze si colora di verde. Poi ci fu Elisa, “la principessa senza voce” che, grazie all’acqua incontrò l’amore. Non posso aggiungere altro riguardante i fatti accaduti ma, visto che il lettore non è mai sazio posso raccontare qualcosa riguardo all’autore e creatore di questa favola. Guillermo del Toro, un messicano, il cui mondo non è composto da churros e guacamole ma, da guerra, mostri e fantasia! Ammiratore degli scritti di H.P. Lovecraft e Edgar Allan Poe. Sin da piccolo si avvicinò al genere fantasy ma, solo quando andava al cinema ad ammirare i mostri, si sentiva come a casa. Affascinato da quell’estetica che li contraddistingueva, si rispecchiava nei loro occhi vedendo la bontà che nessuno riusciva a scorgere. Emarginati, incompresi, diversi. Proprio come lui. Arrivata a questo punto dovrei raccontare di com’è nato il film, far sapere che è tratto dal libro scritto da del Toro insieme a Daniel Kraus, di come nulla in quest’opera sia lasciato al caso. Il design della creatura, un evidente omaggio a “Il mostro della laguna nera” (1954), la storia stessa che richiama la favola de “La bella e la bestia”, i colori che da 3,500 ne vennero scelti cento e di questi tutti con un loro significato e ognuno di essi è legato ad un personaggio. Diciamoci la verità, a chi interessano questi dettagli? Alla fine, tutti vogliono sapere come va a finire la storia. La principessa viene svegliata dal bacio del principe, fine. Il finale. Quando chiudiamo il libro o torniamo a casa dal cinema è ancora lì con noi, attaccato ai nostri ricordi. Il ricordo. Un amore sepolto. Una musica lontana proveniente dagli abissi più profondi. Tutto il contorno si sfuma, i rumori che li circondano si fanno lontani, ovattati. Nulla importa quando l’acqua li avvicina in quell’abbraccio. Finalmente insieme solo loro due. Questo è solo un mio ricordo, perché alla fine il finale di questo film è avvolto nel mistero. Misterioso ed enigmatico sin dal titolo “La forma dell’acqua”. L’acqua nient’altro è che l’amore e cos’è l’amore se non un grande mistero? E cosa saremmo senza l’acqua? Solo dei vasi vuoti.
Perché lo consiglio: Il film più personale di Guillermo del Toro. Ispirato direttamente dai suoi sogni, è una dedica al cinema e all’amore. Può essere un’ottima alternativa ai film che si è soliti guardare sotto il periodo di Halloween. Anche qui c’è un mostro ma, soprattutto c’è poesia. Una favola piena di malinconia e nostalgia che non vi lascerà facilmente, accompagnata dalla colonna sonora di Alexander Desplat, una delle mie preferite che dà voce a chi non ne ha. Infine, ci sono io che devo ringraziare “La forma dell’acqua” perché grazie a essa ho avuto la possibilità di scoprire cose nuove, il lavoro che c’è stato dietro questo film, la cura con cui è stato fatto e l’uomo dietro l’opera, Guillermo del Toro, il creatore di creature che nei mostri ha trovato il suo amore. Così io vi auguro una buona immersione nel mondo di Elisa e di Guillermo del Toro.
Di Martina Santafede